martedì 17 aprile 2018

Voi non siete il corpo, Jean Klein


Per arrivare a realizzare il corpo e comprendere che voi non siete il corpo, avete dapprima bisogno di scoprire ciò che il corpo realmente è. Il corpo deve diventare un oggetto di percezione anziché un'idea. In molti casi, quando vi riferite al corpo, vi riferite ad un'immagine che è stata costruita in un certo tempo della vostra vita, e che lo schema che vi siete abituati ad assumere è per voi il vostro corpo. Ma quando cessate di proiettare questo schema e consentite al vero corpo di parlare, prendete atto di tutte le sue tensioni e delle sue pesantezze. E' soltanto nell'atto di vedere con chiarezza che avete creduto reali le vostre idee abituali, che vi staccate da esse e cessate di essere complici dei vecchi schemi. Arrivate cioè alla sensazione del corpo originale: un vuoto senza limiti o circonferenza. E sentite il corpo completamente esteso nello spazio. Ma il corpo in se stesso non è un problema. Sentire il corporeale, il corpo come esso è, vi aiuta a scoprire un modo di guardare senza proiettare. Vi conduce dietro il corpo, oltre ad esso, e viene il momento in cui la localizzazione ha fine e le energie che si erano fissate come "corpo" si dissolvono nell'ascolto stesso. In altre parole, poiché non vi è più un ascoltatore che si è fissato come tale, né qualcosa da udire, la relazione soggetto-oggetto si dissolve. Rimane soltanto unità.

Quando ascolto il mio corpo e avverto un leggero squilibrio o una tensione, devo limitarmi a sentirli o devo procedere in qualche modo per correggerli?

Le tensioni sorgono quando vi focalizzate su una parte speciale del corpo. Questa è una tensione funzionale in cui la sensazione globale del corpo è occultata da un'idea, da ciò che le riferiamo come localizzazione. Non potrete mai andare da questa parte, da questa frazione, alla percezione del tutto.
Appena consentite alla sensazione del corpo di emergere, sentirete certe aree contratte e tese. Ma se alimentate la sensazione globale, queste aree si de-localizzano e si reintegrano con il tutto. Allora il corpo appare nella sua vera natura, come energia svuotata di tensione e di memoria, e finché non vi è contrazione esso assume senza sforzo una posizione corretta.
Questo è l'unico modo di arrivare ad una posizione corretta. Se cercate di arrivare ad essa attraverso lo sforzo, se dite a voi stessi "devo stare dritto", la posizione naturale si troverà bloccata da una reazione muscolare conseguente a tale idea. Il vostro corpo conosce la sua retta posizione e vi initerà verso di essa. Lasciate che la posizione vi venga incontro.

Se il corpo conosce già la sua vera posizione, perché pratichiamo lo yoga o la meditazione per cercare di trovarla?

In primo luogo, accettate la possibilità di essere perfetti. Il vostro corpo vive in voi, nella vostra perfezione originale, e naturalmente non vi è nulla che si possa aggiungere alla perfezione. Ma voi vi identificate con l'imperfezione. Nel momento in cui vi rendete conto di alimentare un'immagine di imperfezione, siete fuori da questo processo. Non vi è nulla da "fare" sulla via della perfezione, nulla da raggiungere, nulla di cui appropriarsi, nulla da portare a termine. Cercare di portare a termine qualcosa significa che vi siete posti nella prospettiva sbagliata, dall'errato punto di vista di aver lasciato l'imperfezione, la vostra vera natura.

La naturalezza dell'essere, Jean Klein Ed. Magnanelli

martedì 10 aprile 2018

Commento di Raimon Panikkar al Gayatri Mantra





Commento di Raimon Panikkar al Gayatri Mantra

Il testo del Gayatri Mantra é:  
Aum Bhur Bhuvah Svah
Tat Savitur Varenyam
Bhargo Devasya Dhimahi
Dhiyo Yo Nah Prachodayat
Tratto da: Raimon Panikkar – I Veda - Mantramanjari – Testi fondamentali della
rivelazione Vedica BUR Edizioni

«Non c'è nulla di più sublime della Gàyatri». Esso è il mantra più famoso dei
Veda, rivolto al divino donatore di vita come Dio supremo, simbolizzato in
Savitr, il Sole. Per questo motivo la preghiera si chiama anche Savitr. È
recitata ogni giorno al sorgere e al tramontare del sole, di solito al momento
del bagno rituale. Questo mantra deriva il suo nome dal metro in cui è scritto,
la gàyatrì, che è un metro poetico vedico di ventiquattro sillabe, il cui
autore, secondo la tradizione, fu il saggio Visvàmitra.

Per cogliere la rilevanza di questo testo sacro dobbiamo ricordare l'importanza
di un mantra, specialmente nel periodo vedico, anche se il mantra è un fenomeno
umano primordiale riscontrabile praticamente in tutte le tradizioni religiose. I
mantra non sono formule magiche, neppure frasi puramente logiche; essi
collegano, in modo molto particolare, gli aspetti oggettivi e soggettivi della
realtà. Per illustrare questa funzione viene spesso usato questo esempio. Un re
chiede al suo ministro, che è molto progredito nella vita spirituale e pratica
il japa (la recitazione dei mantra), di insegnargli il suo mantra. Il ministro
si rifiuta ma il re insiste. Il ministro dice a un paggio che si trova lì vicino
di catturare il re, ma nonostante ripeta l'ingiunzione il paggio non si muove.
Infine il re, irritato, dice al paggio di catturare il ministro e il ragazzo
ubbidisce immediatamente. Il ministro scoppia a ridere e spiega al re: i nostri
ordini erano gli stessi e anche colui che li riceveva; eppure in un caso il
comando non fu eseguito e nell'altro sì. Nel caso di un mantra tutto dipende
dall'autorità e dalla preparazione spirituale di chi lo pronuncia. La parola
mantra denota ciò che è stato pensato o conosciuto o ciò che viene trasmesso in
privato - o persino in segreto attraverso l'iniziazione (dìksa) - e che possiede
il potere di liberare. È parola sacra, formula sacrificale, consiglio di grande
efficacia. La Brhadàranyaka-upanisad spiega come il mondo abbia avuto origine
dall'unione della Mente (manas) con la Parola (vàc). Il mantra non è né un mero
suono né una semplice magia. Le parole non hanno solo un suono ma anche un
significato che non è manifesto a tutti coloro che semplicemente odono il suono.
Le parole vive hanno, inoltre, un potere che trascende il piano puramente
mentale. Per acquisire questa energia della parola si deve cogliere non solo il
significato ma anche il suo messaggio o le sue vibrazioni, come sono talvolta
chiamate al fine di sottolineare il legame con lo stesso suono. Fede,
comprensione e pronuncia fisica, così come la continuità fisica (il mantra deve
essere trasmesso da un maestro), sono requisiti essenziali per un mantra
autentico. Ogni parola ci congiunge con la fonte di tutte le parole. Il
carattere ultimo della parola, sabdabrahman, è un concetto fondamentale nella
spiritualità indica.

Diversi inni dell''Atharva-veda alludono alla posizione privilegiata occupata
dal mantra Gayatri. Quando il poeta tenta di definire il Primo Principio,
l'Assoluto, e di localizzare il «Non-nato», dice, così da offrirci una nozione
della sua inaccessibilità, che egli è:

Più alto dell'alta Gàyatrì al di là dell'Immortale egli procedette. Dov'era
allora il Non-nato? Questo neppure i conoscitori della scienza vedica sanno
dire.
AV X,8,41

In un altro inno, composto in onore di Rohita, il Sole, che esalta anche la
grandezza di un re terreno, il poeta descrive i sudditi del re riuniti all'alba
per offrire il sacrificio; li descrive in attesa dell'apparizione del Sole che
sorge, chiamato in questo passo il «Vitello bronzeo» e di sua «madre» l'Aurora,
qui identificata con la Gàyatrì:

La tua gente, progenie del sacro Fervore,
è venuta al seguito del Vitello e della Gàyatrì.
Possa entrare alla tua presenza con intenzioni di pace,
preceduta dal bronzeo vitello e da sua madre! AV XIII, 1,10

Allo stesso modo un altro verso chiama la Gàyatrì «Madre dei Veda».
La Gàyatrì non è necessariamente collegata a un rito sacrificale; può essere
mormorata o ripetuta senza l'accompagnamento dell'offerta rituale. Subì un
processo di sublimazione o interiorizzazione, ma non sempre con successo.

La Brhadàranyaka-upanisad da una spiegazione simbolica della Gàyatrì molto
elaborata, basata sulla sua composizione poetica, tre piedi di otto sillabe
ciascuno: il primo piede è composto dai tre mondi: la terra, i cieli e il
firmamento, o piuttosto la parte in mezzo; il secondo piede è composto dalla
triplice conoscenza, cioè la saggezza dei tre Veda', il terzo piede è composto
dalle tre forze vitali (pràna, o inspiro, apàna, o espiro, e vyàna, o respiro
diffuso, che insieme compongono otto sillabe). Tutto questo è detto al fine di
introdurre il quarto piede, che è reso visibile precisamente entro e attraverso
la Gàyatri, Savitr, il sole «al di sopra dei cieli oscuri». Attraverso un
processo interiore attuato recitando la Gàyatri con consapevolezza, tutta la
realtà viene riflessa e così anche dominata nell'uomo - questo mesocosmo, questo
specchio dell'intera realtà.

Se egli, il conoscitore della Gàyatri riceve questi tre mondi in tutta la loro
pienezza, egli riceverà solo il primo piede della Gàyatri. Se egli riceve tutto
quello che è conferito dalla triplice conoscenza [dei Veda], riceverà solo il
secondo piede. Se egli riceve tutto quello che vive e respira, riceverà solo il
terzo piede. Ma il quarto, il piede apparentemente visibile situato al di sopra
dei cieli oscuri, quel [sole] che brilla, non è affatto ottenibile da nessuno.
Come potrebbe qualcuno ricevere tanto? Omaggio alla Gàyatri: O Savitr, tu hai un
piede, due piedi, tre piedi, quattro piedi. Eppure tu non hai piedi perché non
inciampi. Salute a te, quarto piede, il chiaramente visibile, al di là dei cieli
oscuri!
BU V, 14,6-7

Inoltre, come dice un altro commentario importante sulla Gàyatri. «La Gàyatri,
in verità, è questo intero universo, tutto ciò che è venuto in essere. E la
Parola, in verità, è la Gàyatri, poiché la Parola canta e protegge questo intero
universo che è venuto in essere» CU 111,12,1.

Anche la Maitrì-upanisad (VI,7) fa riferimento alla Gàyatri, spiegando il suo
simbolismo verso per verso:

Quel glorioso splendore di Savitr: il Sole nei cieli è sicuramente Savitr. Egli
è colui che deve essere cercato da chi è desideroso del Sé. Così affermano
coloro che svelano la conoscenza di Brahman per noi.
Meditiamo sul divino Vivificatore: Savitr sicuramente è Dio. Perciò io medito su
quello che è chiamato il suo splendore. Così affermano coloro che svelano la
conoscenza di Brahman per noi.
Possa Egli illuminare le nostre menti: Mente sicuramente è intelligenza. Possa
Egli insufflarla in noi. Così affermano coloro che svelano la conoscenza di
Brahman per noi.

La stessa Upanisad (VI,34) ci introduce alla presenza di Savitr recitando l'inno
seguente:

II Cigno, l'aureo uccello che dimora sia nel cuore che nel Sole,
l'uccello-tuffatore di gloriosa luce -a lui sacrifichiamo in questo fuoco.
La preghiera sarebbe pressoché nulla o semplicemente l'espressione dei nostri
desideri rivolti a un ente più potente che già li conosce, se non consistesse in
questo assumere, comprendere, persino diventare l'intera realtà; è una
ricapitolazione, un riassumere tutto ciò che è nella mente e nel cuore, e anche
nel corpo del devoto. La preghiera è partecipazione alla sistole e alla diastole
dell'intero universo.

Ciò che la Gàyatri è, quello invero anche la terra è, poiché è sulla terra che
questo intero universo si fonda; non si estende al di là di essa. Ciò che la
terra è, quello invero è anche il corpo dell'uomo, poiché su di esso questi
respiri vitali si fondano, essi non si estendono al di là di esso. Ciò che il
corpo è nell'uomo, quello invero è anche il cuore dentro l'uomo, poiché su di
esso questi respiri vitali si fondano; essi non si estendono al di là di esso.
La Gàyatri ha quattro piedi ed è sestupla. Di questa un verso del Rg-veda dice:
«Tale è la misura della sua grandezza, ma più grande ancora è l'Uomo». Tutti gli
esseri formano un quarto di lui, tre quarti - l'immortale nel ciclo. Ciò che si
chiama Brahman, quello invero è anche lo spazio fuori dell'uomo; ciò che è lo
spazio fuori dell'uomo, quello invero è anche lo spazio entro l'uomo; ciò che è
lo spazio entro l'uomo, quello invero è anche lo spazio entro il cuore. Quello è
il pieno, l'immutabile. Chiunque conosca questo ottiene buona sorte, piena e
immutabile. CU III, 12,2-9

Una delle parole tradizionali per Tatto fondamentale della preghiera è la
concentrazione, e noi dobbiamo capirla nel modo più preciso. L'uomo di
preghiera, entro e attraverso la sua concentrazione spirituale, veramente
concentra sempre più parti della realtà; egli condensa, per così dire, le
particelle meno concentrate dell'universo che fluttuano intorno a lui così da
ridurle alla loro essenza. Egli può farlo perché ha trovato il centro della
realtà che gli permette veramente di concentrarsi, ossia di centrare i suoi
mondi in un solo centro. Questo può essere fatto quando i tre centri, quello
della realtà esterna, quello della realtà interna e quello dell'uomo stesso,
coincidono. Il risultato è armonia e pace. La vera preghiera è sempre un atto
che abbraccia tutto in uno, il divino, l'umano e il cosmico, cioè Vàdhidaivika,
Yàdhyàtmika e Yàdhibhautika.

Questo è ciò che i differenti testi sulla Gàyatri ci dicono nei loro differenti
modi.

La Gàyatri accompagna l'uomo non solo nel suo corso quotidiano, ma anche nei
momenti più solenni della sua vita. Costituisce una parte importante della
cerimonia di iniziazione. D'ora innanzi, avendo ricevuto il mantra dal suo
maestro, il giovane avrà il diritto di pronunciarlo e così di partecipare al
mondo spirituale che lo unisce a tutti gli altri che lodano e adorano Dio
attraverso le parole vive di questa preghiera cosmica. Molti sàstra hanno
indicato come deve essere recitata la Gàyatri.. Ogni giorno lo studente della
sacra conoscenza dovrebbe alzarsi all'alba e recitare la Sàvitrì (come è spesso
chiamata la Gàyatri) finché vede sorgere il sole e all'imbrunire, seduto,
recitarla finché scorge le stelle. Un altro sàstra aggiunge che, volgendosi a
est alla fioca luce del mattino e a ovest di sera, si può controllare il respiro
mentre si recita la Sàvitrì cento volte. Queste e altre ingiunzioni tendono ad
armonizzare cuore e mente con le energie cosmiche. Il canto della Gàyatn
all'alba purifica dai peccati della notte precedente e la preghiera serale del
mantra purifica dai peccati commessi durante quel giorno.
La Gàyatri è un simbolo completo della luce. È certamente molto più
dell'epifania della luce; è la luce stessa quando la recitazione è una vera
preghiera, un'assimilazione e un'identificazione con ciò che si prega. Ogni
verso sottolinea un aspetto della luce: lo splendore glorioso dell'Ultimo, la
sua radiosità interna, cioè la luce increata (verso 1); la luce che crea, la
luminosità comunicativa del Sole increato, Savitr, lo splendore del Dio vivente
che illumina ogni cosa (verso 2); e, infine, l'incidenza della luce divina sui
nostri esseri, e in particolar modo sulle nostre menti, rendendo noi stessi
rifulgenti e trasmettitori della stessa rifulgenza e convertendoci in luce: luce
da luce, splendore da splendore, uno con la sorgente della luce, non in una
pesante identità ontologica, ma in una "luminosa" identità di luminosità,
totalmente trasparente - àtman-brahman (verso 3).

[Abbreviazioni: RV – Rig Veda; av - Atharva Veda; BU - Brhadàranyaka-upanisad;
CU – Chanddogya Upanisad. ]

NOTA: questo testo l'ho preso dal web qualche tempo fa, non ricordo più da quale fonte, mi scuso di non poterla citare e ringrazio.