lunedì 4 giugno 2018

La tua vera natura, Sri Nisargadatta Maharaj




Maharaj: Quindi hai un'idea chiara della tua vera natura?
Visitatore: A parole, sì.
M.: Se lo accetti anche solo a parole è già molto. Ma chi è che accetta ciò che viene comunicato? Ciò che accetta quello che viene detto in quelle parole, non è forse il principio separato dalle parole?
V.: Io sono ancora ina persona con una memoria. Spero di andare al di là di questo.
M.: Che cosa ti fa considerare una persona? L'identificazione con il corpo. Ma questa personalità individuale durerà? Rimarrà soltanto finché rimarrà l'identificazione con il corpo. Se invece c'è la ferma convinzione di non essere il corpo, l'individualità non c'è più. E' semplicissimo. Appena hai la convinzione di non essere il corpo, automaticamente, istantaneamente diventi la totalità della manifestazione. Appena abbandoni la tua individualità diventi la totalità manifesta. Ma il tuo vero essere è separato anche dalla totalità della manifestazione, tu assumi la tua identità finché sei identificato con il corpo. Quando non c'è più individualità, cosa consideri ancora come colui che medita e la meditazione? Quando l'individualità non c'è più, chi medita e su che cosa? Le persone parlano a vanvera di "meditazione", ma che cosa fanno in realtà? Usano la loro coscienza per concentrarsi su qualcosa. Il dhyāna è quando questa conoscenza, questa coscienza "io sono" medita su se stessa, e non su qualcos'altro.
V.: Su se stessa...
M.: In ogni caso, questa conoscenza non ha una forma. 
V.: Ma quando l'"io sono" si rivolge a se stesso diventa di nuovo caratterizzato dalla forma, perché questo è il modo in cui io sono adesso.
M.: Quando dici che devi sederti per meditare, la prima cosa da fare è comprendere che non è l'identificazione con il corpo che siede in meditazione e medita su se stessa. Una volta compreso a fondo questo fatto, tutto diventa facile. Quando questa coscienza, questa presenza cosciente, si assorbe in se stessa, ne deriva lo stato di samādhi. Quando manas, la buddhi, il citta, o comunque si voglia chiamarlo, si assorbe in quello stato, anche la conoscenza "io sto meditando" scompare, perché anch'essa è riassorbita in quello stato. Il senso concettuale dell'"io sono" scompare e si riassorbe nel puro senso dell'essere. Anche la presenza cosciente si fonde in quella conoscenza, nel puro senso dell'essere, e questo è il samādhi. Quella conoscenza si apre e inizia ad avere conoscenza di tutto ciò che è mobile e immobile. E quella conoscenza incomincia a conoscere se stessa. Poi, che cosa accade? Che rimane soltanto la presenza cosciente. C'è solo la presenza cosciente, non in quanto "io", "tu" o qualunque altra cosa. Lo ripeto: è presenza totale, ovvero la totalità della manifestazione, senza nessun "io" e nessun individuo. Questa coscienza, che si trova nel corpo e per questo ha erroneamente creduto di essere il corpo, comprende gradualmente la sua vera natura, ovvero di essere solo presenza cosciente senza nessun aspetto individuale intrinseco. Alla fine si considera come presenza cosciente della totalità della manifestazione e qualunque individualità scompare. Quindi ciò che inizia come egoità, nel senso di individualità, di identificazione con un individuo, alla fine diventa conoscenza del Sé, presenza cosciente. Hai qualcosa da dire al riguardo? Se hai delle domande, falle a partire dal fatto di non essere il corpo-mente, ma di essere la presenza cosciente.
V.: Mi sembra che Maharaj descriva due aspetti della meditazione. Prima viene la concentrazione, la coscienza cje si ripiega su se stessa, il senso dell' "io sono"; poi, da quello stato e solo allora, l'essere cosciente può osservare ciò con cui si è identificato e liberarsi da tutte le identificazioni. Il fatto è che alcune volte, in meditazione, mi è capitato che nel corpo si scatenano delle energie molto potenti che lo scuotono, mentre altre volte ci sono delle visioni o delle esperienze psichiche. In questi casi, se capisco quello che dice Maharaj, tutto ciò che accade, anche se questi eventi tendono a distrarre dal senso della pura presenza.
M.: Tutto vero più il fatto di comprendere che tu non sei neppure il testimoniare. Qualunque cosa accada mentre fai la tua meditazione mattutina, qualunque visione ti appaia, osserva semplicemente comprendendo che non sei tu che osservi, che non c'è un "tu", una individualità che osserva. Il testimoniare avviene da sé. Rimani in meditazione e avverrà la testimonianza di tutto ciò che vi sarà da testimoniare. Non farti coinvolgere nemmeno dal testimoniare. Adesso è giorno, vediamo la luce del giorno e non occorre fare l'affermazione: Ah, vedo la luce del giorno! Non siamo noi che testimoniamo, il testimoniare avviene automaticamente. 
V.: Tra le molte cose interessanti avvenute in America in questi ultimi anni c'è l'enorme interesse per i massaggi e cose come le tecniche per liberare in modo artificioso il flusso dell'energia vitale nel corpo. A me pare qualcosa di meramente meccanico, e prima o poi tutti i vecchi problemi torneranno di nuovo a galla. Se invece ci apriamo nel modo insegnato da Maharajm si sentono tutte le piccole contrazioni nel corpo sciogliersi in modo naturale. Credo che questo sia un aspetto importante, benché minore, della spiritualità che ci trasmette.
Interprete: In questo momento Maharaj non ha la forza di discutere di queste cose. Quando la gente parla di devozione si vota a Dio, ma in realtà è devozione alla forza vitale. Tutto ciò che fanno gli yogi è votare il loro tempo alla forza vitale.
V.: Maharaj si riferisce al gioco della forza vitale nel sistema dei cakra e intende dire che questi esercizi sono fatti solo per manipolare la spina dorsale per provocare vari effetti?
M.: La cosa importante è la forza vitale. Qualunque sia il nome che si da a tutte queste pratiche spirituali, in definitiva tutti questi sforzi sono rivolti esclusivamente alla forza vitale, perché senza di essa non c'è esistenza, non c'è coscienza. Quindi la forza vitale è importantissima. Dove c'è forza vitale c'è la coscienza-io, la conoscenza "io sono". 

La medicina Suprema, Sri Nisargadatta Maharaj Ed. Ubaldini

lunedì 28 maggio 2018

A che serve esercitare il corpo condizionato? Jean klein


Di che tipo di yoga ha bisogno il corpo? Te lo chiedo perché ho sentito che insegni un tipo di yoga basato sull'antica tradizione del Kashmir.
Per prima cosa non mi sentirai mai usare la parola "yoga" per descrivere quello che insegno. Generalmente lo yoga viene inteso in termini dualistici come l'unione tra il supposto sé individuale e il supposto Sé universale. E' quindi diventato il processo di conseguimento e divenire, un processo di volontà. Sebbene usiamo le tradizionali asana e pranayama, le pose e le tecniche di yoga codificate da Patanjali, il lavoro comincia con la convinzione che non ci sia nulla da ottenere o diventare. E' solo un modo per essere in contatto con ciò che diamo per scontato essere il corpo, i sensi e la mente. Ci porta prima a sapere ciò che non siamo e, alla fine, quello che fondamentalmente siamo diventa chiaro. Allora corpo, sensi e mente divengono espressioni della nostra totalità. Mentre ero in India nel 1968, mi capitò di incontrare un sant'uomo e i suoi discepoli. Ero attratto dai loro bellissimi inni e dallo svolgimento di alcuni rituali, i puja, Conversando con quest'uomo, gli chiesi cosa intendesse per yoga e fui colpito dalla semplicità della sua risposta. Egli disse: "Lo yoga è il giusto sedersi, il giusto fare e il giusto comportarsi nell'istante presente. E' adeguarsi alla situazione, in ogni tua azione mentale e spirituale. Lo yoga è essere in unione col presente".
Come si arriva a questo giusto sedersi, a questo giusto comportamento? Cosa intendi esattamente per "prendere contatto con ciò che siamo"?
Il corpo è i cinque sensi e i cinque sensi sono il corpo, ma generalmente i cinque sensi sono condizionati. Per te, il tuo corpo è più o meno un'immagine costruita nel tuo cervello, quindi non è il vero corpo che si sveglia al mattino, ma una serie di immagini che ti arrivano. A che serve esercitare il corpo condizionato? tutto ciò che fai è rafforzare i suoi schemi. Quando i cinque sensi sono liberati dalla memoria, si sentirà che il corpo è soprattutto un insieme di strati di sensazioni. Incoraggiare la sensazione del corpo ti da un assaggio del tuo reale sentire. Ti riporta anche all'equilibrio della totalità del tuo corpo. La sensazione globale va oltre la forma fisica del corpo. Scorre nello spazio circostante. E' la sensazione di espansione che aiuta ad annichilire l'"immagine-io", poiché l'ego è solo una contrazione, una frazione. L'espansione è l'ego senza il "non-stato". Nell'espansione non c'è isolamento. Essa è amore.
Quale strumento si usa in questo approccio?
E' un "ascoltare" profondo, libero dall'interferenza mentale. Attraverso l'ascolto, i sottili strati di energia del corpo, che di norma sono paralizzati, possono manifestarsi. Nel lavorare attraverso l'ascolto libero da volontà o conseguimento, il corpo ritrova il proprio stato originario di leggerezza, espansione, trasparenza e la naturale armonizzazione di energia. Nel lavorare con il corpo espanso, si arriva alla mente espansa. Il corpo-mente espanso è la soglia del nostro vero essere, della consapevolezza senza oggetto. Sebbene, in principio, il centro di gravità possa sembrare il corpo, alla fine è l'ascolto stesso, che è recettività, apertura, la nostra vera natura in cui corpo e mente esistono.
Cosa intendi per "sensazione del corpo"?
Ciò che definisci il tuo corpo non è che un involucro in cui vive il corpo sottile. Questo corpo interiore è energia sottile. Questo corpo interiore è energia sottile, è la forza vitale che supporta il corpo fisico. Tutta la nostra sensibilità dipende dalla sua forza vitale, Paradossalmente, anche se il corpo sottile risiede nel corpo fisico, si irradia oltre e si imbatte nel mondo circostante. Quindi il corpo nella sua pienezza ha un'estensione di gran lunga maggiore di quanto generalmente si realizzi. Il corpo fisico, nel corso della vita, crescendo sempre più condizionato dagli sforzi, diventa un nodo di tensioni e contrazioni, e il corpo sottile si paralizza nella sua espressione. La sua irradiazione è intralciata e il corpo fisico viene isolato dal suo ambiente. Quando questa forza vitale è ostruita, si ha un invecchiamento prematuro nel corpo fisico, che si manifesta sotto forma di diminuzione di sensibilità ed energia. Nel corpo naturale sano, ogni cellula viene penetrata dalla vita. Il nostro approccio è quello di portare l'energia del corpo alla sua piena espressione, com'è nell'infanzia. Nell'esserne consapevoli, arriva al completo funzionamento. Così la prima cosa che facciamo, col nostro lavoro corporeo, è svegliare il corpo di energia per renderlo oggetto do consapevolezza. Questa energia è sentita, è una sensazione. E' ciò che io chiamo sensazione del corpo. Quando la sensazione di energia è veramente viva, produce un cambiamento nella struttura fisica. Qualunque altro tentativo di alterare il corpo viene dalla volontà, dalla mente, ed è quindi violenza. In ogni movimento, è l'energia del corpo- del corpo vitale- che muove e porta con sé il corpo fisico. Il fulcro del nostro insegnamento, a questo livello, non è quindi la postura o la struttura fisica, ma questa sensazione del corpo. Quando il corpo vitale è risvegliato, tutta la struttura muscolare si rilassa e si attua una riorchestrazione dell'energia. Ciascun senso non è più limitato al suo organo fisico, ma si espande a tutto il corpo. A questa sensazione globale partecipano tutti i sensi. Essere in espansione, ti porta automaticamente oltre all'idea di essere un'entità separata. Il lavoro col corpo è l'unico modo che può condurti all'unità con tutti gli esseri.
Cosa accade al corpo d'energia quando il corpo fisico muore?
Si dissolve nell'energia universale.
Il corpo astrale e il corpo di energia sono la stessa cosa? Quando sogniamo, quale corpo viaggia?
Il corpo astrale appartiene alla psiche, il corpo di energia ai sensi. il corpo astrale è un'energia ancora più sottile. Nel sogno, è il corpo astrale che si porta dietro il corpo d'energia per esprimersi. Ma pensare al corpo astrale è una fuga dalla vera domanda: "Chi sono io?". Non farti sedurre dagli stati, la tua vera natura non è uno stato.

Chi sono io? La ricerca più sacra, Jean Klein Ed. Antipodi





martedì 22 maggio 2018

Protezione della salute e autoguarigione, Vinod Verma


Protezione della salute
L'origine di un vasto numero di disturbi è da ricercarsi nei problemi emotivi: tali disturbi sono espressione dello stress emotivo accumulato. Si sa che niente si perde in natura, vi sono continui mutamenti e trasformazioni, e tutti gli elementi vengono riciclati...
Racconto tutto questo per sottolineare il fatto che tutti gli incidenti, tutti gli aspetti della nostra vita, tutte le esperienze lasciano un segno permanente. Potrebbero non restare nella nostra memoria cosciente, ma sono ugualmente lì. Lasciano il segno nella nostra esistenza in una forma o nell'altra. Le esperienze negative accumulate si esprimono sotto forma di disturbi. Tutti noi abbiamo punti deboli in cui si manifesta lo stress. Alcuni contraggono l'ulcera, altri l'emicrania, alcuni ancora un dolore alla spalla sinistra (o destra) mentre altri presentano un punto sensibile nella regione pelvica. La questione è come comportarsi di fronte a tali problemi. Fin tanto che si vive non è possibile evitare completamente le esperienze negative, i dolori, le pene e lo stress. Nonostante tutto, però, possiamo imparare a cambiare il nostro punto di vista e a lavorare su noi stessi, così da non lasciare che dolori, afflizioni e stress peggiorino. Da ora in poi imparate ad affrontare i problemi; non lasciateli da parte e non li ammucchiate. Ragionateci sopra e imparate a valutare i vostri errori, piuttosto che condividerli o avere pietà di voi stessi. Imparate a guardare gli altri, ma per voi stessi, per la vostra pace. Non vivete una situazione infelice troppo a lungo. Fate qualcosa per uscirne. Non sentitevi impotenti. C'è sempre un modo di vivere. Gli effetti di una infelicità accumulata giorno dopo giorno sono disastrosi, e rovinano la salute. Evitate lo stress il più possibile. Ricordatevi che è uno stato mentale e ce sta a noi liberarcene. Siete in ritardo, l'autobus non arriva in tempo, c'è traffico e non potete farci nulla. In una tale situazione, frantumarvi i nervi non serve a guadagnare tempo, perché quindi non risparmiare almeno loro? Il tempo è perso in ogni caso. Ci sono migliaia di situazioni simili nella nostra vita quotidiana. Dovremmo coscientemente lavorare su noi stessi ed esercitare le nostre menti a stare calmi, anche in circostanze peggiori. Circa trent'anni fa, quando ero ancora una ragazzina, il cancro era una malattia molto rara nel mio paese. Nessuno conosceva la parola "cancro". Avevo sentito mia nonna parlare di una bolla incurabile: diceva che un segno delle preoccupazioni e delle afflizioni accumulate si esprimeva sotto forma di bolla mortale. Un proverbio indiano dice che la preoccupazione è come una pira funebre.

Autoguarigione
L'autoguarigione non è qualcosa di misterioso, come viene considerata talvolta in occidente. Consiste nel crearsi uno stato di completo riposo, per poi dirigere l'energia ottenuta con la massima concentrazione, ekagrata, sulla parte affetta. Con il potere della mente, la parte sofferente si riprende e l'energia viene ridistribuita nel corpo. La parte del corpo da curare dovrebbe essere come personificata, affinché crei uno spazio tra la parte e i vostri pensieri. Sarete allora in grado di parlare a questa parte del corpo. Concentratevi sulla parte affetta e conversate con essa in modo tenero e dolce. Ditele di non aver timori, di aver coraggio e di star bene. Datele un colpetto dicendole che le fornirete maggiore energia affinché si riprenda. Praticate il pranayama e conducete il prana su questa parte, dove lo tratterete; poi concentratevi su di essa per nutrirla di energia positiva, mentre eliminate l'energia negativa espirandola completamente una volta effettuato lo scambio. Ripetete più volte. Per questo processo di autoguarigione è necessario fornire all'organismo una condizione adeguata di riposo e comodità. Talvolta il dolore, il malfunzionamento di un organismo o la confusione mentale sono talmente forti che sentite di non avere alcuna energia per curarvi da soli; allora chiedete aiuto a qulalcun altro. Per curare gli altri, avete bisogno di stabilire un contatto con l'altra persona e con la parte da curare. Appoggiate la mano sulla parte affetta della persona e trasferite la vostra prana shakti. Fate il resto come se curaste voi stessi. La vostra capacità di curare e la qualità della terapia dipendono dalla vostra capacità di concentrazione e maestria nel pranayama. Quanto più eserciterete la mente alla massima concentrazione, tanto più aumenterà il vostro potere curativo. per i dolori cronici, bisogna studiare attentamente i sintomi prima che il disturbo si manifesti la volta successiva. Se fate attenzione, non potete non accorgervi dei più frequenti sintomi del dolore. Potete affrontare il problema in tempo e riuscire ad evitare che peggiori, ci sono sempre delle circostanze che provocano dei dolori cronici. Dobbiamo curarci rimuovendo le cause e creando un ambiente consono, affinché la parte debole si rimetta in salute.

Vinod Verma, Yoga per la salute Ed. Mediterranee







venerdì 11 maggio 2018

Una postura consapevole, Jeanne de Salzmann


Sulla strada per la coscienza, la sensazione è l'esperienza essenziale. Ho bisogno di capire cosa significherebbe avere una sensazione consapevole. Desideriamo sapere chi siamo: ognuno di noi ne conosce la difficoltà. Giungo a uno stato di quiete con un po' più di immobilità e di silenzio, ma non appena ne emergo per rispondere alla vita torno allo stato precedente, non è cambiato nulla. Chi reagisce non è davvero l'io. Qualcosa in me non è stato scosso. Non ho mai la sensazione di essere alla radice di me stesso, di raggiungere la mia essenza. E non sono mai completamente toccato. Ci sono sempre parti nascoste di me che rifiutano.
Il mio corpo è il primo a rifiutare. Non sa niente dei miei desideri e vive una vita propria. Potrebbe invece partecipare al processo della conoscenza. E' il ricettacolo, il veicolo dell'energia che è in noi. Se guardiamo al nostro interno, ci accorgiamo che l'energia si concentra o nella testa o nel plesso solare, forse un po' nella colonna vertebrale, ma molto poco in confronto con gli altri centri, e nulla nella parte inferiore del corpo. E' come se il corpo non avesse una reale importanza; e tuttavia l'energia può agire solo dentro e attraverso il corpo.
Sento che questa energia comincia a comparire. Affinché agisca attraverso di me, ho bisogno di vedere il mio automatismo e riconoscere che se diventa più forte del movimento cosciente l'energia ricade al livello inferiore e ne vengo ancora una volta assorbito. E' molto importante la posizione del corpo. la mia posizione automatica trattiene l'energia e condiziona il pensiero e il sentimento. Ho bisogno di vederlo, di viverlo, in modo che si manifesti una sofferenza cosciente che mi spinga a ricercare una nuova postura più consapevole, che permetta a questa energia di scorrere nel corpo, come un campo elettromagnetico. La posizione del corpo deve dunque essere precisa e mantenuta costante attraverso una continua collaborazione tra pensiero, sentimento e corpo. Ho bisogno di sentirmi a mio agio, con un senso di benessere e stabilità. allora la posizione stessa può permettere alla mente di giungere a uno stato di totale disponibilità e di svuotarsi naturalmente dai pensieri agitati. Nella giusta postura, tutti i centri si armonizzano ed entrano in relazione. Trovo un equilibrio, un ordine in cui il mio "io" ordinario non la fa più da padrone ma trova il suo posto. Il pensiero è più libero, e così pure il sentimento, che è ora più puro, meno avido. Rispetta qualcosa.
Quando mi apro a questa energia c'è un assorbimento privo di giudizio che non giunge a conclusioni, e l'attenzione si mantiene costante, pazientemente e senza sforzo, penetrando in silenzio ciò che conosco. E' come un'espansione interna. Sento una maggiore unità tra il corpo e ciò che lo anima. Si è formato da sé un centro di gravità, il mio centro di gravità vitale. Non ci sono più contraddizioni in me, non c'è più rifiuto. Ho trovato in me il centro primordiale dell'energia, ho oltrepassato la lotta, il dualismo tra corpo e psiche. Più sperimento questo stato, più la mia essenza ne viene toccata. Ma non appena perdo il contatto con questo centro di gravità l'energia risale verso la testa o il plesso solare e contemporaneamente risorge la nozione di "io". Credo che questo contatto sia facile da mantenere, tuttavia l'idea stessa di mantenerlo è falsa. Questo centro deve diventare in me una seconda natura, la mia misura, la mia guida. Devo sentirne il peso in tutto ciò che faccio, altrimenti l'apertura ai centri superiori non  può avvenire.
Quando sperimento questa Presenza vivente, cosciente di sé, sento che è la Presenza stessa a respirare. La libertà del mio centro di gravità dipende dalla libertà del respiro. Quando lascio che il respiro funzioni senza interferire appare un'altra realtà, una realtà che non conoscevo. Ho bisogno di vedere che questa esperienza è il mio cibo essenziale e che devo ritornare a questo stato il più spesso possibile.

Ho di me un'impressione nuova, ma è fragile. Non sono abbastanza immerso nella sensazione di essere una Presenza vivente, che è troppo debole. Riappaiono le tensioni, le sento. Ma so da cosa mi separano, e poiché lo so, scivolano via. E' un movimento di flusso e riflusso in cui il mio sentimento diventa più forte. Perde i suoi elementi negativi e aggressivi e si apre sempre di più a qualcosa di più rarefatto, di più alto, un senso di vita. La mia intelligenza deve comprendere il significato delle tensioni e qualcosa in me ha bisogno di dare più spazio, non per obbligo ma per necessità, una necessità dell'essere. Cerco di capire questo stato privo di tensioni che mi porta più vicino al vuoto.
Divento consapevole di tutto un mondo di vibrazioni più sottili. Le sento, ne ho una sensazione, come se alcune parti di me ne venissero irrigate, vivificate, spiritualizzate. Tuttavia non sono ancora sotto l'influenza di queste vibrazioni, me ne rendo conto. Ma sento un bisogno sempre maggiore di non respingerle. L'io ordinario ha perso autorità e nel momento in cui si fa sentire un 'altra autorità sento che la vita ha senso solo se entro in risonanza con essa. Lavorando per creare questo accordo mi sento come situato in un circuito chiuso e mi sembra che se riuscissi a rimanervi a lungo avverrebbe il miracolo della mia trasformazione.
Per percepire queste vibrazioni più sottili devo giungere a una reale quiete del corpo, uno stato senza tensioni in cui il pensiero è solo un testimone che vede ciò che accade senza commentare. Capirò allora cosa significa avere una sensazione pura: una sensazione senza l'intervento dell'immaginazione. Il mio corpo è all'interno di questa visione priva di tensioni. Il rilassamento arriva da sé insieme alla lucidità di visione, e con esso sento che le isole di energia che prima erano al mio interno erano separate entrano più profondamente in relazione.
Questa sensazione sottile è un segno di incarnazione, il momento ella penetrazione in cui lo spirito si materializza e acquisisce una densità definita. In uno stato più oggettivo, in cui si stabilisce un ordine, il respiro può acquistare nuovo significato. Solo in questo stato sono capace di ricevere gli elementi più sottili dell'aria e assorbirli. Sento l'energia circolare liberamente nel corpo, senza che nulla la arresti o devi il suo corso, la proietti all'esterno o la fissi all'interno. Fluisce in una sorta di movimento circolare, che avviene senza il mio intervento. E' un movimento all'interno del quale io esisto. Scopro il mio respiro: l'assorbimento e la scarica di energia.

"La realtà dell'essere" Jeanne de Salzmann

mercoledì 2 maggio 2018

Il corpo, la fascia, lo stress e il riposo, Tolja e Speciani

Come è stato dimostrato da recenti studi, la fascia connettivale, dal cui stato dipendono gran parte delle caratteristiche del movimento, è bagnata, tramite la guaina dei nervi, dal liquido cerebrospinale, il che spiegherebbe perché l'organizzazione di questo tessuto è strettamente connessa alle condizioni del sistema nervoso. La fascia infatti avvolge e tiene organizzate insieme, ma distinte,  le varie strutture corporee e permette loro di scivolare l'una sull'altra donanado una maggiore ampiezza, fluidità e grazia ali movimenti quanto più è irrigata e rendendoli invece più secchi e strutturati quanto è più asciutta. Per rappresentare figurativamente i due estremi, basta pensare alle differenze tra il movimento di una medusa e quella di un robot. In una situazione di stress, ciò che normalmente si verifica è una riduzione del funzionamento delle strutture più interne del sistema - quali viscere, organi interni, circolazione del liquido cerebrospinale, muscoli interni - a favore di uno spostamento dell'energia e dell'attenzione verso le strutture nervose più esterne del cervello queli quelle corticali (la corteccia cerebrale è infatti associata al pensiero razionale).
Per contro è evidente come quando una donna rimane incinta, esperienza che tendenzialemente riporta l'attenzione verso l'interno e - sul piano psicologico - in contatto col proprio inconscio, con l'istinto e la propria natura più profonda, immediatamente acquisti rapidamente flidità e floridezza. O, senza bisogno di spingersi così in là, è facile notare come, se a un periodo di stress segue un  periodo di recupero e riposo, i liquidi perduti vengano riacquistati, riflettendosi in un viso più idratato e in movimenti più morbidi, anche a scapito di una certa lucidità mentale.
Osserviamo ora più dettagliatamente che cosa accade quando il cursore dell'organismo si sposta tra asciutto e bagnato. Consideriamo l caso di una persona che, attraversando un periodo di stress, si sottoponga a una pratica rilassante, ada esempio a un massaggiodei punti riflessi dei piedi o a una seduta di meditazione. Per tutto il tempo in cui ha "tirato la corda", sulla sua fascia connettivale si sono dopositate le tossine prodotte dal metabolismo di muscoli e organi. La fascia infatti ha anche una funzione di "fermo posta" dove molti prodotti di scarto dell'organismo vengono depositati in attesa di essere prelevati dal sangue e smaltiti da
gli organi destinati alla disintossicazione (soprattutto reni e fegato e, secondariamente, pelle) non appena ne abbiano la possibilità. Quando l'organismo è affaticato e sotto stress, un po' perché lo stress interrompe il processo di eliminazione - dopo tutto le pulizie di casa si fanno quando non ci sono altre emergenze in corso - e un po' perché l'eccessivo logorio porta a un'iperproduzione di sostanze di scarto, la fascia connettivale (non meno degli organi destinati all'eliminazione) viene sovraccaricata di tossine.
Nel momento in cui lo stress cessa, gli organi ricominciano a funzionare e si liberano dei veleni accumulati, il sangue ripulisce la fascia (portando le tossine verso gli organi) e soprattutto ricomincia a irrorarla. Frequentemente questo processo di disintossicazione e reintegrazione viene percepito dal soggetto con l'emergere di un senso di stanchezza fisica e, a livello psicologico, con sensazioni di svogliatezza, difficoltà di concentrazione, passività che potrebbero essere considerate erroneamente come l'effetto del trattamento a cui ci si è sottoposti invece che come la reazione fisiologica dell'organismo alla situazione precedente. Quando il processo di ristabilimento è stato a lungo rimandato e diventa quindi urgente, talvolta si manifesta in modo acuto, veloce e intenso sotto forma di malattia. In questo caso l'equilibrio si ristabilisce generando una malattia che costringa l'organismo in uno stato coatto di recupero. Quando si smette di tirare la corda, l'inattività esterna, se assecondata, permette all'organismo di evadere i suoi arretrati metabolici e di rigenerarsi. Quando invece di fronte a un malessere si prende un'aspirina per potersi rituffare nella propria attività ignorando i segnali del corpo, non si fa che rimandare il momento dei lavori di casa. Tra le sue modalità di funzionamento, l'aspirina ha quella di prosciugare il corpo. Il suo principio attivo, infatti, è l'acido acetilsalicidico, isolato dalla corteccia del salice. Il salice è una pianta che prospera in ambienti umidi e ha appunto bisogno di un principio attivo capace di determinare una secchezza interna che gli permetta di nonmarcire. più o meno sullo stesso processo si basa l'espediente di lasciare sciogliere una compressa di aspirina nell'acqua del vaso dei fiori, per farli durare più a lungo. Nell'organismo umano, la riduzione dle dolore che avviene grazie al processo di "essiccamento" dei tessuti operato dall'acido acetilsalicidico, se protratto, può tradursi in una sorta di mummificazione progressiva.
Viceversa dopo una seduta di lavoro corporeo o di psicoterapia, dopo una terapia che preveda la reintegrazione di vitamine e minerali persi, o in seguito ad altre esperienze di recupero, può emergere in un individuo uno stato di profonda prostrazione. Non è qualcosa di nuovo, ma olo la spossatezza che non ci si è concessi di vivere a suo tempo. Non voler mai pagare il prezzo della stanchezza risponde a un'ideologia ingenua in quanto, se non viene pagato quando occorre sotto forma di limitazione della propria attività, probabilmente verrà pagato in seguito, sotto altre forme, come ad esempio la progressiva intossicazione e degenerazione dell'organismo.
Un maratoneta sa bene che dal trentesimo chilometro in avanti, per produrre l'energia necessaria a completare la corsa, comincia a "digerire" i suoi stessi muscoli. Tuttavia sa anche che la soddisfazione, l'ambizione e la motivazione che ricaverà portando a termine questa prestaizone lo compenseranno ampliamente del danno fisico a cuoi va incontro. Il problema non sussiste quindi se, di fronte ad aspettative e bisogni chiari, si decide una dilazione della rigenerazione o un'usura dell'organismo. Viceversa, in alcune culture, la capacità di affrancarsi il più possibile dai bisogni del corpo viene presentata come molto gratificante, in quanto considerata un segno di virilità, di forza e carattere, anche se rischia di costare molto. In certi momenti della vita, e in particolare durante la fase dello sviluppo dell'Io, riuscire a rilanciare di fronte all'emergere della propria stanchezza "reagento", "dandosi una mossa" o facendosi una doccia fredda per darsi tono, può rappresentare un atteggiamento funzionale a sviluppare la capacità della mente di "controllare" ed eventualmente di posticipare i bisogni del corpo per costruirsi una personalità forte, una volontà e la capacità di resistere alle dure condizioni della vita.
Una volta acquisita la capacità di controllo, tuttavia, l'esercizio incontrollato" di questa facoltà rischia di diventare fine a se stesso, fino a essere un'inutile e dispendiosa forma di vessazione sul corpo, che in questo modo "invecchia" e si rovina senza nessuna utilità.

"Pensare col corpo" Jader Tolja e Francesca Speciani Ed. TEA

martedì 17 aprile 2018

Voi non siete il corpo, Jean Klein


Per arrivare a realizzare il corpo e comprendere che voi non siete il corpo, avete dapprima bisogno di scoprire ciò che il corpo realmente è. Il corpo deve diventare un oggetto di percezione anziché un'idea. In molti casi, quando vi riferite al corpo, vi riferite ad un'immagine che è stata costruita in un certo tempo della vostra vita, e che lo schema che vi siete abituati ad assumere è per voi il vostro corpo. Ma quando cessate di proiettare questo schema e consentite al vero corpo di parlare, prendete atto di tutte le sue tensioni e delle sue pesantezze. E' soltanto nell'atto di vedere con chiarezza che avete creduto reali le vostre idee abituali, che vi staccate da esse e cessate di essere complici dei vecchi schemi. Arrivate cioè alla sensazione del corpo originale: un vuoto senza limiti o circonferenza. E sentite il corpo completamente esteso nello spazio. Ma il corpo in se stesso non è un problema. Sentire il corporeale, il corpo come esso è, vi aiuta a scoprire un modo di guardare senza proiettare. Vi conduce dietro il corpo, oltre ad esso, e viene il momento in cui la localizzazione ha fine e le energie che si erano fissate come "corpo" si dissolvono nell'ascolto stesso. In altre parole, poiché non vi è più un ascoltatore che si è fissato come tale, né qualcosa da udire, la relazione soggetto-oggetto si dissolve. Rimane soltanto unità.

Quando ascolto il mio corpo e avverto un leggero squilibrio o una tensione, devo limitarmi a sentirli o devo procedere in qualche modo per correggerli?

Le tensioni sorgono quando vi focalizzate su una parte speciale del corpo. Questa è una tensione funzionale in cui la sensazione globale del corpo è occultata da un'idea, da ciò che le riferiamo come localizzazione. Non potrete mai andare da questa parte, da questa frazione, alla percezione del tutto.
Appena consentite alla sensazione del corpo di emergere, sentirete certe aree contratte e tese. Ma se alimentate la sensazione globale, queste aree si de-localizzano e si reintegrano con il tutto. Allora il corpo appare nella sua vera natura, come energia svuotata di tensione e di memoria, e finché non vi è contrazione esso assume senza sforzo una posizione corretta.
Questo è l'unico modo di arrivare ad una posizione corretta. Se cercate di arrivare ad essa attraverso lo sforzo, se dite a voi stessi "devo stare dritto", la posizione naturale si troverà bloccata da una reazione muscolare conseguente a tale idea. Il vostro corpo conosce la sua retta posizione e vi initerà verso di essa. Lasciate che la posizione vi venga incontro.

Se il corpo conosce già la sua vera posizione, perché pratichiamo lo yoga o la meditazione per cercare di trovarla?

In primo luogo, accettate la possibilità di essere perfetti. Il vostro corpo vive in voi, nella vostra perfezione originale, e naturalmente non vi è nulla che si possa aggiungere alla perfezione. Ma voi vi identificate con l'imperfezione. Nel momento in cui vi rendete conto di alimentare un'immagine di imperfezione, siete fuori da questo processo. Non vi è nulla da "fare" sulla via della perfezione, nulla da raggiungere, nulla di cui appropriarsi, nulla da portare a termine. Cercare di portare a termine qualcosa significa che vi siete posti nella prospettiva sbagliata, dall'errato punto di vista di aver lasciato l'imperfezione, la vostra vera natura.

La naturalezza dell'essere, Jean Klein Ed. Magnanelli

martedì 10 aprile 2018

Commento di Raimon Panikkar al Gayatri Mantra





Commento di Raimon Panikkar al Gayatri Mantra

Il testo del Gayatri Mantra é:  
Aum Bhur Bhuvah Svah
Tat Savitur Varenyam
Bhargo Devasya Dhimahi
Dhiyo Yo Nah Prachodayat
Tratto da: Raimon Panikkar – I Veda - Mantramanjari – Testi fondamentali della
rivelazione Vedica BUR Edizioni

«Non c'è nulla di più sublime della Gàyatri». Esso è il mantra più famoso dei
Veda, rivolto al divino donatore di vita come Dio supremo, simbolizzato in
Savitr, il Sole. Per questo motivo la preghiera si chiama anche Savitr. È
recitata ogni giorno al sorgere e al tramontare del sole, di solito al momento
del bagno rituale. Questo mantra deriva il suo nome dal metro in cui è scritto,
la gàyatrì, che è un metro poetico vedico di ventiquattro sillabe, il cui
autore, secondo la tradizione, fu il saggio Visvàmitra.

Per cogliere la rilevanza di questo testo sacro dobbiamo ricordare l'importanza
di un mantra, specialmente nel periodo vedico, anche se il mantra è un fenomeno
umano primordiale riscontrabile praticamente in tutte le tradizioni religiose. I
mantra non sono formule magiche, neppure frasi puramente logiche; essi
collegano, in modo molto particolare, gli aspetti oggettivi e soggettivi della
realtà. Per illustrare questa funzione viene spesso usato questo esempio. Un re
chiede al suo ministro, che è molto progredito nella vita spirituale e pratica
il japa (la recitazione dei mantra), di insegnargli il suo mantra. Il ministro
si rifiuta ma il re insiste. Il ministro dice a un paggio che si trova lì vicino
di catturare il re, ma nonostante ripeta l'ingiunzione il paggio non si muove.
Infine il re, irritato, dice al paggio di catturare il ministro e il ragazzo
ubbidisce immediatamente. Il ministro scoppia a ridere e spiega al re: i nostri
ordini erano gli stessi e anche colui che li riceveva; eppure in un caso il
comando non fu eseguito e nell'altro sì. Nel caso di un mantra tutto dipende
dall'autorità e dalla preparazione spirituale di chi lo pronuncia. La parola
mantra denota ciò che è stato pensato o conosciuto o ciò che viene trasmesso in
privato - o persino in segreto attraverso l'iniziazione (dìksa) - e che possiede
il potere di liberare. È parola sacra, formula sacrificale, consiglio di grande
efficacia. La Brhadàranyaka-upanisad spiega come il mondo abbia avuto origine
dall'unione della Mente (manas) con la Parola (vàc). Il mantra non è né un mero
suono né una semplice magia. Le parole non hanno solo un suono ma anche un
significato che non è manifesto a tutti coloro che semplicemente odono il suono.
Le parole vive hanno, inoltre, un potere che trascende il piano puramente
mentale. Per acquisire questa energia della parola si deve cogliere non solo il
significato ma anche il suo messaggio o le sue vibrazioni, come sono talvolta
chiamate al fine di sottolineare il legame con lo stesso suono. Fede,
comprensione e pronuncia fisica, così come la continuità fisica (il mantra deve
essere trasmesso da un maestro), sono requisiti essenziali per un mantra
autentico. Ogni parola ci congiunge con la fonte di tutte le parole. Il
carattere ultimo della parola, sabdabrahman, è un concetto fondamentale nella
spiritualità indica.

Diversi inni dell''Atharva-veda alludono alla posizione privilegiata occupata
dal mantra Gayatri. Quando il poeta tenta di definire il Primo Principio,
l'Assoluto, e di localizzare il «Non-nato», dice, così da offrirci una nozione
della sua inaccessibilità, che egli è:

Più alto dell'alta Gàyatrì al di là dell'Immortale egli procedette. Dov'era
allora il Non-nato? Questo neppure i conoscitori della scienza vedica sanno
dire.
AV X,8,41

In un altro inno, composto in onore di Rohita, il Sole, che esalta anche la
grandezza di un re terreno, il poeta descrive i sudditi del re riuniti all'alba
per offrire il sacrificio; li descrive in attesa dell'apparizione del Sole che
sorge, chiamato in questo passo il «Vitello bronzeo» e di sua «madre» l'Aurora,
qui identificata con la Gàyatrì:

La tua gente, progenie del sacro Fervore,
è venuta al seguito del Vitello e della Gàyatrì.
Possa entrare alla tua presenza con intenzioni di pace,
preceduta dal bronzeo vitello e da sua madre! AV XIII, 1,10

Allo stesso modo un altro verso chiama la Gàyatrì «Madre dei Veda».
La Gàyatrì non è necessariamente collegata a un rito sacrificale; può essere
mormorata o ripetuta senza l'accompagnamento dell'offerta rituale. Subì un
processo di sublimazione o interiorizzazione, ma non sempre con successo.

La Brhadàranyaka-upanisad da una spiegazione simbolica della Gàyatrì molto
elaborata, basata sulla sua composizione poetica, tre piedi di otto sillabe
ciascuno: il primo piede è composto dai tre mondi: la terra, i cieli e il
firmamento, o piuttosto la parte in mezzo; il secondo piede è composto dalla
triplice conoscenza, cioè la saggezza dei tre Veda', il terzo piede è composto
dalle tre forze vitali (pràna, o inspiro, apàna, o espiro, e vyàna, o respiro
diffuso, che insieme compongono otto sillabe). Tutto questo è detto al fine di
introdurre il quarto piede, che è reso visibile precisamente entro e attraverso
la Gàyatri, Savitr, il sole «al di sopra dei cieli oscuri». Attraverso un
processo interiore attuato recitando la Gàyatri con consapevolezza, tutta la
realtà viene riflessa e così anche dominata nell'uomo - questo mesocosmo, questo
specchio dell'intera realtà.

Se egli, il conoscitore della Gàyatri riceve questi tre mondi in tutta la loro
pienezza, egli riceverà solo il primo piede della Gàyatri. Se egli riceve tutto
quello che è conferito dalla triplice conoscenza [dei Veda], riceverà solo il
secondo piede. Se egli riceve tutto quello che vive e respira, riceverà solo il
terzo piede. Ma il quarto, il piede apparentemente visibile situato al di sopra
dei cieli oscuri, quel [sole] che brilla, non è affatto ottenibile da nessuno.
Come potrebbe qualcuno ricevere tanto? Omaggio alla Gàyatri: O Savitr, tu hai un
piede, due piedi, tre piedi, quattro piedi. Eppure tu non hai piedi perché non
inciampi. Salute a te, quarto piede, il chiaramente visibile, al di là dei cieli
oscuri!
BU V, 14,6-7

Inoltre, come dice un altro commentario importante sulla Gàyatri. «La Gàyatri,
in verità, è questo intero universo, tutto ciò che è venuto in essere. E la
Parola, in verità, è la Gàyatri, poiché la Parola canta e protegge questo intero
universo che è venuto in essere» CU 111,12,1.

Anche la Maitrì-upanisad (VI,7) fa riferimento alla Gàyatri, spiegando il suo
simbolismo verso per verso:

Quel glorioso splendore di Savitr: il Sole nei cieli è sicuramente Savitr. Egli
è colui che deve essere cercato da chi è desideroso del Sé. Così affermano
coloro che svelano la conoscenza di Brahman per noi.
Meditiamo sul divino Vivificatore: Savitr sicuramente è Dio. Perciò io medito su
quello che è chiamato il suo splendore. Così affermano coloro che svelano la
conoscenza di Brahman per noi.
Possa Egli illuminare le nostre menti: Mente sicuramente è intelligenza. Possa
Egli insufflarla in noi. Così affermano coloro che svelano la conoscenza di
Brahman per noi.

La stessa Upanisad (VI,34) ci introduce alla presenza di Savitr recitando l'inno
seguente:

II Cigno, l'aureo uccello che dimora sia nel cuore che nel Sole,
l'uccello-tuffatore di gloriosa luce -a lui sacrifichiamo in questo fuoco.
La preghiera sarebbe pressoché nulla o semplicemente l'espressione dei nostri
desideri rivolti a un ente più potente che già li conosce, se non consistesse in
questo assumere, comprendere, persino diventare l'intera realtà; è una
ricapitolazione, un riassumere tutto ciò che è nella mente e nel cuore, e anche
nel corpo del devoto. La preghiera è partecipazione alla sistole e alla diastole
dell'intero universo.

Ciò che la Gàyatri è, quello invero anche la terra è, poiché è sulla terra che
questo intero universo si fonda; non si estende al di là di essa. Ciò che la
terra è, quello invero è anche il corpo dell'uomo, poiché su di esso questi
respiri vitali si fondano, essi non si estendono al di là di esso. Ciò che il
corpo è nell'uomo, quello invero è anche il cuore dentro l'uomo, poiché su di
esso questi respiri vitali si fondano; essi non si estendono al di là di esso.
La Gàyatri ha quattro piedi ed è sestupla. Di questa un verso del Rg-veda dice:
«Tale è la misura della sua grandezza, ma più grande ancora è l'Uomo». Tutti gli
esseri formano un quarto di lui, tre quarti - l'immortale nel ciclo. Ciò che si
chiama Brahman, quello invero è anche lo spazio fuori dell'uomo; ciò che è lo
spazio fuori dell'uomo, quello invero è anche lo spazio entro l'uomo; ciò che è
lo spazio entro l'uomo, quello invero è anche lo spazio entro il cuore. Quello è
il pieno, l'immutabile. Chiunque conosca questo ottiene buona sorte, piena e
immutabile. CU III, 12,2-9

Una delle parole tradizionali per Tatto fondamentale della preghiera è la
concentrazione, e noi dobbiamo capirla nel modo più preciso. L'uomo di
preghiera, entro e attraverso la sua concentrazione spirituale, veramente
concentra sempre più parti della realtà; egli condensa, per così dire, le
particelle meno concentrate dell'universo che fluttuano intorno a lui così da
ridurle alla loro essenza. Egli può farlo perché ha trovato il centro della
realtà che gli permette veramente di concentrarsi, ossia di centrare i suoi
mondi in un solo centro. Questo può essere fatto quando i tre centri, quello
della realtà esterna, quello della realtà interna e quello dell'uomo stesso,
coincidono. Il risultato è armonia e pace. La vera preghiera è sempre un atto
che abbraccia tutto in uno, il divino, l'umano e il cosmico, cioè Vàdhidaivika,
Yàdhyàtmika e Yàdhibhautika.

Questo è ciò che i differenti testi sulla Gàyatri ci dicono nei loro differenti
modi.

La Gàyatri accompagna l'uomo non solo nel suo corso quotidiano, ma anche nei
momenti più solenni della sua vita. Costituisce una parte importante della
cerimonia di iniziazione. D'ora innanzi, avendo ricevuto il mantra dal suo
maestro, il giovane avrà il diritto di pronunciarlo e così di partecipare al
mondo spirituale che lo unisce a tutti gli altri che lodano e adorano Dio
attraverso le parole vive di questa preghiera cosmica. Molti sàstra hanno
indicato come deve essere recitata la Gàyatri.. Ogni giorno lo studente della
sacra conoscenza dovrebbe alzarsi all'alba e recitare la Sàvitrì (come è spesso
chiamata la Gàyatri) finché vede sorgere il sole e all'imbrunire, seduto,
recitarla finché scorge le stelle. Un altro sàstra aggiunge che, volgendosi a
est alla fioca luce del mattino e a ovest di sera, si può controllare il respiro
mentre si recita la Sàvitrì cento volte. Queste e altre ingiunzioni tendono ad
armonizzare cuore e mente con le energie cosmiche. Il canto della Gàyatn
all'alba purifica dai peccati della notte precedente e la preghiera serale del
mantra purifica dai peccati commessi durante quel giorno.
La Gàyatri è un simbolo completo della luce. È certamente molto più
dell'epifania della luce; è la luce stessa quando la recitazione è una vera
preghiera, un'assimilazione e un'identificazione con ciò che si prega. Ogni
verso sottolinea un aspetto della luce: lo splendore glorioso dell'Ultimo, la
sua radiosità interna, cioè la luce increata (verso 1); la luce che crea, la
luminosità comunicativa del Sole increato, Savitr, lo splendore del Dio vivente
che illumina ogni cosa (verso 2); e, infine, l'incidenza della luce divina sui
nostri esseri, e in particolar modo sulle nostre menti, rendendo noi stessi
rifulgenti e trasmettitori della stessa rifulgenza e convertendoci in luce: luce
da luce, splendore da splendore, uno con la sorgente della luce, non in una
pesante identità ontologica, ma in una "luminosa" identità di luminosità,
totalmente trasparente - àtman-brahman (verso 3).

[Abbreviazioni: RV – Rig Veda; av - Atharva Veda; BU - Brhadàranyaka-upanisad;
CU – Chanddogya Upanisad. ]

NOTA: questo testo l'ho preso dal web qualche tempo fa, non ricordo più da quale fonte, mi scuso di non poterla citare e ringrazio.